Mentana “incendiario”: la gaffe dei professionisti dell’informazione

Mentana “incendiario”: la gaffe dei professionisti dell’informazione

“Ecco qui vediamo veramente personaggi…” esordisce Enrico Mentana mandando in onda le immagini in cui si vedono persone che saltano su delle automobili e un uomo che spara con il lanciafiamme.

“Questo non mi sembra si riferisca… probabilmente è nei sobborghi”, azzarda l’ospite in studio, Gerardo Greco.

“Sì sì, è live footage… sono immagini che dobbiamo verificare”, nicchia il direttore del Tg La7.

La notizia della “gaffe” di Enrico Mentana e Gerardo Greco durante l’edizione straordinaria di ieri sera su La 7 in merito all’assalto di Capitol Hill ha fatto il giro del web: a rilanciare la notizia dello scivolone non sono stati solo youtuber come Social Tv o Luca Donadel ma anche media nazionali, dal Fatto Quotidiano a Rolling Stone, dal Riformista al Giornale.

La regia ha mandato in onda le immagini di un film (commedia), Project X, diretto da Nima Nourizadeh e girato in finto stile documentario in cui si vede un uomo con un lanciafiamme incendiare auto in sosta. Scambiate per un video in diretta diffuso su Twitter, i due giornalisti hanno inizialmente commentato ciò che veniva trasmesso, salvo poi avanzare qualche dubbio e ipotizzare che si trattassero di scene di violenza che si stavano consumando nei “sobborghi” di altre città americane. Insomma, nessuno dei due ha capito che le immagini montate erano tratte non da qualche video in diretta su Twitter ma da una pellicola americana.

Mentana e il suo ospite, non hanno però solo commentato, spacciandole per vere, immagini tratte da una sequenza del film “Project X” come se fossero riprese live di tafferugli violenti avvenuti nei sobborghi di qualche fantomatica città statunitense: la regia de La7, infatti, ha anche mandato in onda delle vecchie immagini di qualche mese fa tratte da scene di violenza non dei supporter di Trump ma degli attivisti dei Black Lives Matter. Tra queste anche una sequenza i cui si vedono degli attivisti distruggere una statua di Cristoforo Colombo.

Non era andata meglio ad Andrea Purgatori che l’8 gennaio 2020 nel programma televisivo Atlantide, in onda sempre su La7, aveva mandato in onda un servizio intitolato «Il video dell’uccisione del generale Soleimani»: si trattava di un clamoroso falso, un videogioco spacciato per immagini reali.

«Somiglia molto a un videogioco, ma non è un videogioco», aveva persino garantito il conduttore, commentando le immagini in studio.

Le considerazioni da fare in merito a questo episodio sono molteplici ma vorrei evidenziare i seguenti punti: in primo luogo quanto avvenuto mostra come il giornalismo di massa fatichi a stare dietro alla Rete con i suoi deepfake, i suoi meme, il suo linguaggio e l’estetica giovani e irriverenti. Se giornalisti del calibro di Mentana, Greco e Purgatori non si accorgono di commentare una sequenza montata di un film, come si può pensare che costoro o colleghi possano stare al passo con le nuove tecnologie nel campo, per esempio, dei deepfake.

In secondo luogo, i guardiani del pensiero unico, quegli autoproclamatisi professionisti dell’informazione che strumentalizzano la battaglia contro le fake news per sostenere la censura del giornalismo indipendente, non solo prendono sonore cantonate ma, sebbene supportati da redazioni, operatori e regia, faticano a distinguere immagini tratte da film, o videgiochi da quelle reali. E quando anche mostrano dei dubbi, nella concitazione della diretta preferiscono parlare di presunti tafferugli con lanciafiamme nei sobborghi delle città statunitensi anziché mettere in discussione quanto mandato in onda.

Peccato che i novelli inquisitori – coloro che hanno battezzato il sodalizio tra debunking e media di massa – basino la loro autorevolezza su un dogma artificiale che vuole che i media mainstream irreprensibili e incapaci di divulgare menzogne.

Ciò dimostra che arrogarsi il diritto di certificare la verità e l’informazione è una palese assurdità, così come la battaglia contro le fake news si dimostra una volta per tutte una semplice caccia alle streghe per portare all’approvazione della censura dei dissidenti e dall’altra alla creazione di una informazione certificata.

Enrica Perucchietti