Dalla censura social allo psicoreato orwelliano: se Big Tech decide chi può parlare

Dalla censura social allo psicoreato orwelliano: se Big Tech decide chi può parlare

Nel breve saggio La libertà di stampa, George Orwell osservava che

«se si incoraggiano i metodi totalitari, può venire il giorno in cui essi saranno usati contro chi li incoraggia, e non più a favore».

Allora era in gioco una «cieca lealtà all’URSS» che, per difendere gli interessi dell’URSS, avrebbe accondisceso non solo a «tollerare la censura, ma anche una deliberata falsificazione della storia».

Sebbene i protagonisti siano cambiati, la situazione sembra essere rimasta la stessa: oggi gli interessi da tutelare sono quelli della tecnocrazia e dell’algocrazia e, complice l’emergenza sanitaria, siamo tornati a mettere in dubbio non solo la libertà di stampa, ma persino la libertà di pensiero.

Da qua la censura che si sta facendo ogni giorno sempre più spietata. Come come luogo preferenziale ha trovato le piattaforme private della Silicon Valley: dopo la sospensione dell’account Twitter di Donald Trump, la limitazione temporanea del quotidiano Libero per “attività sospette” e l’oscuramento della app Parler il mondo della politica, del giornalismo e l’opinione pubblica sembrano spaccati, tra chi plaude queste iniziative  liberticide e anti-democratiche e chi, come Massimo Cacciari ne denuncia la “manifestazione di una crisi radicale dell’idea democratica“.

Complice la battaglia mainstream contro le fake news, da un lato stiamo assistendo al tentativo di creare una informazione certificata, le notizie col “bollino” dei professionisti dell’informazione, dall’altra alla frammentazione della verità come se tutto fosse relativo, virtuale e prospettico, inconoscibile, legittimando pertanto il controllo e la revisione dei contenuti che non collimano con la narrativa del pensiero unico grazie a una forma di sorveglianza digitale che si avvale di algoritmi a cui di affida la protezione della collettività.

A differenza del Panopticon, inoltre, oggi il controllo non viene più esercitato su un numero limitato di persone (i prigionieri), ma è esteso a tutti. Grazie alle nuove tecnologie, si sta cioè affermando quello che Mark Poster ha nominato il “Super Panopticon”, con un monitoraggio continuo dei cittadini . L’onnipresente sorveglianza diviene, come nel Panopticon, un elemento deterrente.

Ciò porta anche a forme di autocensura con il riproporsi dello psicoreato; i cittadini, cioè, non solo si comportano come il potere si aspetta da loro, ma evitano di esprimersi pubblicamente in modo negativo, rispetto al pensiero unico, per non subire rappresaglie. Ci si vergogna cioè sempre più spesso di prendere posizione o di palesare la propria opinione in merito a tematiche “scomode”.

Il timore di esporsi riguarda anche i ricercatori, che subiscono la repressione da parte del web grazie ai censori sotto forma di troll e haters che pianificano anche shitstorm organizzate contro bersagli precisi per dissuaderli dal continuare le loro ricerche, in pieno stile da intimidazione mafiosa, o attraverso la demonetizzazione dei loro canali.

Le tecniche di cui parlava Orwell in 1984 sono ancora straordinariamente attuali: se il controllo della psicopolizia si sta concretizzando per stroncare sul nascere qualunque tipo di opposizione critica, anche la propaganda viene usata per convincere l’opinione pubblica ad abbracciare ogni provvedimento del potere facendolo ritenere “necessario”, sia esso una guerra, la restrizione della privacy, l’abolizione di tutele dei lavoratori o l’obbligo di vaccinazione di massa o la censura.

Vivendo in una società “politicamente corretta” tale opera di silenziamento verrà offerta come fatta a fin di bene, da qui l’dea che sia necessario introdurre una “censura costruttiva” per salvaguardare la collettività dal pericolo di fake news, estremisti, teorie del complotto e negazionisti.

Ci troviamo in realtà di fronte alla strumentalizzazione della disinformazione on line e alla creazione di un’informazione certificata accompagnata da un’attività censoria: solo le notizie con il bollino prodotte dagli autoproclamati “professionisti dell’informazione” saranno considerate affidabili e autorevoli. Tutte le altre potranno essere addirittura espulse dal web e con il pretesto delle fake news si potranno oscurare sempre più pagine social, account, siti e blog di pensatori indipendenti o scomodi, introducendo di fatto la censura.

Il rischio di legittimare un novello Ministero della Verità che vigili su cosa è vero e cosa no e che silenzi le opinioni “dissidenti” si fa concreto, così come il rischio che da ciò derivi l’introduzione strisciante di una forma di psicoreato orwelliano.

Enrica Perucchietti