La bufala della reggia di Putin e la regia statunitense dietro l’oppositore russo Navalny

La bufala della reggia di Putin e la regia statunitense dietro l’oppositore russo Navalny

«Ora, non sarà più un segreto, sono io il proprietario. Era un immobile piuttosto delicato, c’erano molti creditori, sono riuscito a diventarne il proprietario. Il posto è stupendo.»

Con questa dichiarazione sul canale Mash di Telegram, l’imprenditore russo Arkady Rotenberg – comproprietario del gruppo Strojgazmontaž, la più grande società di costruzioni di gasdotti e linee elettriche in Russia – ha rivendicato la proprietà della reggia vicino alla località turistica di Gelendzhik sul Mar Nero, pubblicizzata nei giorni scorsi da un video inchiesta del blogger Alexey Navalny e accreditata a Putin.

Con queste parole si sbriciola l’ennesima bufala su Putin (come testimoniato su L’Antidiplomatico) che, nonostante tutto, continua a campeggiare su Repubblica e su tanti altri media italiani.

L’inchiesta aveva definito la reggia attribuita a Putin come «il palazzo più costoso del mondo» e aveva stimato che fosse costato 1,1 miliardi di euro e che fosse stato finanziato almeno in parte con fondi illeciti (vedi il video).

 

La produzione presso i Black Forest Studios

Il portavoce del Cremlino, Dmitry Peskov, aveva smentito che il presidente russo avesse a che fare con la costruzione del palazzo, affermando che tutti i materiali inclusi nelle “indagini” di Navalny non sono altro che “una storia ben fabbricata”, volta a ottenere un gran numero di visualizzazioni su internet.

Il video in questione, come spiega Marinella Mondaini, è inoltre pieno di inesattezze che fanno pensare a una ricostruzione ad hoc finanziata dai servizi statunitensi per screditare il Cremlino (secondo uno schema ormai ben consolidato che analizzaremo tra poco).

Il film, infatti, è stato prodotto da una società di produzione di Los Angeles 3D “The Black Forest Studios, in Germania.

I “Black Forest Studios” sono uno studio cinematografico e televisivo professionale, gestito dai due residenti di Friburgo Nina Gwyn Weiland e Sebastian Weiland, che hanno lavorato negli Stati Uniti per anni nell’industria cinematografica e hanno aperto i loro studi nella Foresta Nera.

Nonostante l’imponente produzione di stampo internazionale, il documentario presenta diverse inesattezze: tra tutti, lo stemma sulla cancellata del palazzo non è quello della Russia ma del Montenegro. Non solo, perché nel lunghissimo testo in russo del sito di Navavalny ci sono strafalcioni «che rivelano come quel testo sia stato scritto dapprima in lingua inglese e poi tradotto (malamente) in lingua russa».

Perché confezionare un filmato falso sulla fantomatica “reggia di Putin”?

Essenzialmente per due motivi. Da un alto continuare con la demonizzazione di Putin, dall’altra per preparare a quello che avrebbero dovuto essere il trionfale rientro in Russia di Navalny, “convalescente” dopo il fantomatico avvelenamento tramite Novichock.

 

Ma chi è davvero Navalny?

Nato nel 1976 in una cittadina della provincia di Mosca, fin da giovanissimo è attivo nell’opposizione russa finché nel 2008 viene cacciato dal partito Narod che aveva contribuito a fondare per affermazioni xenofobe dopo che in un comizo aveva paragonato i caucasici a degli «scarafaggi scuri di pelle, che però non possono essere uccisi con una paletta, ma con la pistola» (leggi l’articolo di Manlio Dinucci).

Navalny parte per gli USA, per un periodo di formazione all’Università di Yale, come invitato nell’esclusivo Greenberg World Fellows Program, un programma creato nel 2002 per il quale vengono selezionati ogni anno su scala mondiale appena 16 persone con caratteristiche tali da farne dei “leader globali”.

Dopo la formazione, Navalny torna in Russia profondamente cambiato: niente più comizi nazionalistici e xenofobi, inizia la lotta contro la corruzione, per i diritti umani e contro il potere di Putin. Fonda il movimento Alternativa Democratica, uno dei beneficiari della National Endowment for Democracy (NED), un’agenzia statunitense fondata nel 1983 con l’obiettivo dichiarato di promuovere la democrazia all’estero. Anche se a volte viene definita organizzazione non governativa, la NED funziona come un’organizzazione non governativa quasi autonoma.

 

Lo schema delle rivoluzioni arancioni

L’inviato di Mediaset, Alfredo Macchi ha seguito in prima linea le rivoluzioni in Tunisia, Egitto e Libia nel 2011 e ha documentato nel suo Rivoluzioni s.p.a come dietro la Primavera Araba – e prima ancora le proteste in Serbia, Georgia, Ucraina, Kirghizstan fino alla Russia – ci sia in realtà la regia, il finanziamento e l’addestramento di Washington.

Negli ultimi trent’anni a Washington è cresciuta una rete capillare di organizzazioni governative e non governative, società ed enti, che costituiscono una vera e propria diplomazia parallela, e in buona parte privata, che il Dipartimento di Stato e la CIA utilizzano per portare a buon fine i propri piani strategici senza comparirvi ufficialmente.

In particolare Macchi dimostra, documenti alla mano, come diverse fondazioni e organizzazioni private a Washington, a Belgrado e a Doha, hanno offerto assistenza agli attivisti. Alcuni di loro sono stati persino addestrati da associazioni dietro le quali si possono intravedere la CIA o altri servizi segreti.

Con questa strategia (simile a quella utilizzata dalle organizzazioni legate e Stay Behind) il governo americano avrebbe manipolato le insurrezioni degli ultimi decenni, cambiando gli equilibri geopolitici in base agli interessi di Washington, tanto che nel 2008 Condoleeza Rice coniò il termine “Nuovo Medio Oriente“: una regione che avrebbe dovuto assumere i connotati richiesti dai poteri occulti in modo da ridisegnare un’area di importanza strategica in vista dell’accerchiamento della Russia. Ma soprattutto, una regione che si apra in maniera compatta al libero mercato e alla globalizzazione.

 

Esportare la democrazia

Di quali organizzazioni parliamo?

Prima tra tutte la Freedom House, la Fondazione Adenauer, la United States Agency for International Development e Open Society Institute del miliardario speculatore George Soros. Come anticipato, lo scopo di queste associazioni è quello di diffondere una “democrazia aperta al libero mercato” e di creare una classe “amica” nei Paesi strategicamente rilevanti. Se nei primi anni l’attenzione è rivolta soprattutto al Sud America, nell’ultimo decennio spazia ovunque.

Queste organizzazioni possono così operare alla luce del sole anche nel finanziare i movimenti di protesta contro i governi ostili a Washington o semplicemente ostili al libero mercato: in questo modo gli USA non devono più ricorrere ai finanziamenti coperti della CIA che possono essere scoperti e destare scandalo.

La Freedom House, per esempio, riceve la maggior parte dei suoi finanziamenti proprio dalla NED che gode di una dote annuale che sfiora i 100 milioni di dollari, da destinarsi al sostegno della democrazia (americana) nel mondo.

L’operato di queste organizzazioni dimostra come la teoria alla base della dottrina della guerra preventiva non sia finita con l’amministrazione Bush. Anzi, a partire dal governo democratico Obama, le tecniche per promuovere la “democrazia” americana nel mondo si sono semplicemente affinate: invece di basarsi sulla forza, prediligono ora finanziamenti, pressioni, manipolazioni di massa.

Il progetto degli aiuti internazionali in questa forma risale infatti a Ronald Reagan: grazie alla costituzione di una rete di associazioni non governative, che si suppone erroneamente essere indipendente da Washignton, il Governo americano controlla attivamente dal 1981 la politica estera, senza dover più ricorrere ai fondi neri della CIA. Grossi scandali, infatti, avevano portato alla luce decenni di manipolazioni e operazioni non convenzionali svolte all’estero, in particolare in Sud America e in Asia, dalla CIA.

Per evitare critiche e malumori, dal 1982 la NED distribuisce il suo budget a quattro grandi organizzazioni: IRI, vicino al partito Repubblicano, NDI, vicino al partito Democratico, ACILS, che fa riferimento ai sindacati, CIPE, affiliato alla Camera di Commercio statunitense. In questo modo tutti i fronti sono finanziati e quindi “coperti”, a dimostrazione della virtualità degli schieramenti politici.

 

Il colpo di Stato in Ucraina

La NED è stata ed è particolarmente attiva anche in Ucraina, dove ha sostenuto direttamente la “rivoluzione” che ha abbattuto il governo filorusso per sostituirlo con uno filo-occidentale. Gli Stati Uniti e l’Europa hanno avallato e sostenuto così pubblicamente il colpo di Stato in Ucraina che ha portato però all’insediamento di un governo di stampo neonazista.

L’offensiva angloamericana e poi europea contro la Russia richiedeva infatti anche la mobilitazione generale, in Europa, delle forze revansciste neonaziste e il golpe in Ucraina. Già ai primi del 2014, ci si rese conto delle forze di ultradestra che si nascondevano dietro l’opposizione ucraina, incoronata dai rappresentati tedeschi e statunitensi come portatrice di libertà.

L’Ucraina è stata al centro dell’ingerenza occidentale nell’ambito di un grande gioco geostrategico volto a contrastare la Russia: con le sue risorse e l’accesso al Mar Nero, l’Ucraina gioca un ruolo di primaria importanza per gli equilibri globali. È inoltre una pedina fondamentale anche per le sue risorse minerarie, per il passaggio nel suo territorio dei gasdotti e per la posizione geopolitica da cui dipende la sicurezza russa, in quanto, spiega Di Rienzo in Il conflitto russo-ucraino. Geopolitica del nuovo dis(ordine) mondiale «insieme alla Bielorussia, costituisce l’intercapedine strategica che separa a occidente la Russia dal sempre più minaccioso schieramento dei Paesi NATO».

Con l’Ucraina, cioè, i potentati angloamericani speravano di indebolire il nemico russo: in quest’ottica, si comprende come la destabilizzazione dei Paesi filorussi o delle nazioni confinanti rientri in una strategia di contenimento di Mosca, affinché non torni a essere una superpotenza in grado di schiacciare le velleità imperiali degli Stati Uniti. Quel diritto a espandersi e a esportare la democrazia, che è divenuto il marchio di fabbrica della Casa Bianca.

La tecnica, ormai consolidata, è quella delle “rivoluzioni arancioni” per fomentare una ribellione anti-governativa, così da indebolire lo Stato dall’interno mentre dall’esterno cresce su di esso la pressione militare, politica ed economica, mentre i media si fanno docile cassa di risonanza della propaganda.

Esattamente quello che si sta cercando di fare ancora una volta con la Russia.

 

 

Enrica Perucchietti